Per il ciclo “l’antipolitica dove meno te l’aspetti” è andata in onda qualche giorno fa (20 giugno ndr) dai banchi di Palazzo Madama la tragedia all’italiana: “Il capro espiatorio di tutti sono io”. Protagonista Luigi Lusi, fuoriclasse dell’arraffo partitico; tra le guest star Francesco “ero il segretario di partito ma non sapevo niente” Rutelli. Tra le comparse anche Sergio “settimana scorsa hanno salvato me, vedrai che salvano anche te” De Gregorio e Alberto “hanno salvato persino me con l’accusa di associazione a delinquere, figurati se non salvano te” Tedesco.
In altre parole, oggi si votava al Senato per l’autorizzazione all’arresto dell’Onorevole Lusi, ex tesoriere della Margherita, partito che peraltro non esiste nemmeno più e di cui, francamente, non sentivamo la mancanza. Il tribunale di Roma ha ritenuto necessario emettere un’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti, in quanto reo di aver sottratto almeno una ventina di milioni di euro dai rimborsi elettorali, e la questione, per legge, deve essere votata dalla Camera in cui siede il deputato, affinché i suoi colleghi si oppongano in caso di una persecuzione politica da parte della magistratura.
Sia ben chiara la condizione che i deputati sono tenuti a verificare: la presenza di fumus persecutionis. Questo significa che non sono loro a dover decidere se il loro pari debba essere incarcerato, perché questo creerebbe un’anomalia di giudizio, dove chi non è un parlamentare deve essere giudicato dagli organi giudiziari mentre chi lo è può permettersi di essere giudicato dai propri pari. La rilevazione di una persecuzione politica dovrebbe essere l’eccezione, una situazione particolare dalla quale si evinca che a essere perseguiti non sono gli atti criminosi del politico bensì le sue idee. Una garanzia del genere permette a chi fa politica di esprimere le proprie posizioni senza timore di essere incarcerato o giudicato ingiustamente. La libertà di espressione, del resto, è uno dei fondamenti di una sana democrazia.
Ben altra questione si ha quando, anche di fronte ad atti che nulla hanno a che vedere con le idee politiche ma solo con le ruberie, i parlamentari si salvano tra di loro al coro di “tutti per uno, uno per tutti”. Così è successo col Senatore Tedesco e con De Gregorio per esempio.
Ma non questa volta. Questa volta il Senato vota compatto per l’arresto. O almeno quello che ne rimane, visto che il Pdl, con una grande storia di dubbi salvataggi alle spalle (loro lo chiamano “garantismo”), non ha partecipato al voto. Questioni di coscienza? Magari volevano evitare di dover giustificare davanti agli italiani un altro atto di “garantismo”, visto che stavolta c’erano ben pochi motivi per giustificarlo? Sta di fatto che i sì all’arresto sono stati 155, 13 i no e un astenuto. Purtroppo per Lusi, nonostante lui abbia lottato come un leone per il voto segreto, quest’ultimo era invece pubblico. Lusi infatti sapeva che lo scrutinio segreto nel tempo ne ha salvati tanti nelle sue condizioni, perché evitava ai parlamentari l’imbarazzo delle giustificazioni di voto, permettendogli di scaricare le colpe di un salvataggio impopolare sugli altri.
È arrivato persino ad affermare che, se fosse mancata una delle venti firme necessarie all’approvazione dello scrutinio segreto, avrebbe firmato lui. Che poi è una cosa geniale: l’imputato che vota su una questione che riguarda la sua carcerazione, aiutando gli altri ad aiutarlo, permettendogli di votare segretamente e non compromettersi. Ma niente da fare: scrutinio pubblico da cui emergono alcuni interessanti nomi da coloro che hanno votato no. Abbiamo ad esempio: Marcello Dell’Utri (PDL), condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, giudizio poi annullato dalla Cassazione e quindi processo da rifare; ha patteggiato 2 anni e 3 mesi per frode fiscale nella gestione di Publitalia ’80; è inoltre indagato per associazione a delinquere nell’ambito dell’inchiesta sulla P3.
Alberto Tedesco (ex PD), indagato dalla procura antimafia di Bari con l’ipotesi di reato di associazione per delinquere e corruzione per gli affari conclusi con l’azienda della moglie durante il suo mandato di assessore alla Sanità della regione Puglia; i magistrati disposero un mandato di cattura nei suoi confronti, ma il 20 luglio 2011 il Senato ha negato l’autorizzazione all’arresto.
Sergio De Gregorio (PDL), imputato per associazione a delinquere, truffa e appropriazione indebita; il suo socio Walter Lavitola è in carcere mentre il suo mandato di cattura è rimasto inattuabile in virtù dell’immunità parlamentare decretata dal voto di 169 senatori durante la seduta del 6 giugno del Senato.
Piergiorgio Stiffoni (Lega), segretario amministrativo del gruppo parlamentare Lega Nord-Padania al Senato, è indagato per frode e peculato nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri della Lega gestiti dal tesoriere Belsito.
Diana De Feo (PDL), moglie di Emilio Fede (quello imputato per induzione alla prostituzione minorile), la senatrice è proprietaria della storica Villa Lucia nel quartiere collinare del Vomero a Napoli. Il 4 maggio 2006, su denuncia di Italia Nostra, i vigili antiabusivismo del Comune di Napoli appongono i sigilli alla villa, scoprendo e bloccando lavori abusivi in corso e aprendo un procedimento penale nei suoi confronti.
Antonio Del Pennino (PDL), da 41 anni in Parlamento, è stato coinvolto negli scandali di Tangentopoli della prima repubblica. Ha subìto tre processi, uno per finanziamento illecito Enimont, uno per finanziamenti illeciti alla S.p.A. Metropolitana di Milano e uno per tangenti sulle forniture di autobus dell’ATM, dove ha sempre patteggiato condanne di pochi anni di carcere.
Purtroppo la presenza di questi illustri “garantisti” non è bastata e in serata il Senatore Lusi si è presentato a Rebibbia, raggiungendo Totò Cuffaro, ex Presidente della Regione Sicilia e ex Senatore (questo Senato sforna davvero parecchi talenti!) che si è preso 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
Ma la questione non sembra affatto finita, dato che Lusi promette nuove rivelazioni e documenti che riguarderebbero anche altri ex Margherita (ma non poteva tirarli fuori prima?). Insomma, la magia della politica italiana va in scena ancora una volta: il segretario di un partito che non c’è dirotta 20 milioni di rimborsi elettorali, aboliti con un referendum, nelle proprie tasche e si presenta davanti al Senato convinto che per l’ennesima volta la solidarietà degli altri suoi pari, con l’aiuto di un discreto voto segreto, lo salverà. Non ha però fatto i calcoli con le preoccupazioni interne ed esterne a Palazzo Madama: all’interno hanno fatto tanto i giochi politici di Rutelli, all’esterno è stata determinante la pressione dell’opinione pubblica, ora focalizzata sulle storture della classe politica italiana, che non permetteva un ennesimo, plateale salvataggio. E così questa volta gli è toccato andare a Rebibbia. Sacrificarne uno per salvarne 315.
Di Antonio Grifò