Elogio

Elogio

Non sanno toccare un cuore senza ferirlo.”

Un moderno

Il brusio soffuso proveniente dalle cuffiette abbandonate al capo del letto riempiva il silenzio pesante della camera. All’altro capo un corpo, nella naturalezza tipica del rilassamento, si lasciava sfuggire tutta la forza dai muscoli cedendola in prestito alla testa. Brando stava lì, respirando la calma della terra di nessuno tra la pace e la guerra: spettava a quello sbuffo d’aria regolare far rispettare l’ordine di intervento dei vari pensieri, troppi e troppo confusionari per poterli lasciare gestirsi da soli.

 

Il primo a parlare fu Carattere. Uno spirito tranquillo, guascone. Che divertiva e faceva divertire; disposto ad ascoltare, a trattenere per sé gli affari altrui finché i problemi non avessero trovato una soluzione. Tenace e orgoglioso, poteva reggere tante sfide oltre a quelle che la vita già gli aveva riservato, e molto spesso le vinceva. La presunzione del sapere in ogni sua forma trovava nei risultati delle sue azioni validi alleati.

Coscienza irruppe sulla scena, catalizzando gli sguardi di tutti, che ora la ascoltavano con ossessiva attenzione.

Disse che queste parole potevano andare bene per qualunque persona si trovasse al di fuori del muro di cinta.

I presenti ora provavano uno strano senso di smarrimento. Un muro di cinta, qui, accanto a noi? Che magari divide alcuni di noi dagli altri? Confusi, chiesero dunque delucidazioni a Coscienza, la quale accettò di buon grado, già pronta alla risposta di fronte allo stupore degli astanti; la preparazione minuziosa del discorso era un suo punto forte.

Questa indicò qualcuno con una gran faccia tosta, che per comodità chiameremo Menzogna. La invitò ad alzarsi ed ella, dopo un inchino elegante, prese la parola.

Disse di esser stata concepita come guardiana dei sentimenti del ragazzo, una vera e propria barriera contro la quale tutti gli attacchi potevano essere spezzati senza alcun patema: tutto era finalizzato alla protezione di Carattere, che ora stava lì, fermo e vergognoso per le necessarie bugie con cui aveva raggirato persino i suoi compagni più intimi. I quali peraltro subito chiesero spiegazioni, consci della buonafede con la quale sempre agiva.

E dopo una pausa durata un’eternità, finalmente parlò.

Disse in realtà di esser schivo, chiuso. Le vicende passate, che forse la presente Memoria avrebbe avuto il diletto di narrare, lo portarono ad imprigionarsi dentro una teca di cristallo costruita con pannelli di bugia. Ciascuna persona, di Brando, poteva vedere ciò che più desiderava avere: un amico, un dipendente, un socio, un amante, un intellettuale, uno stupido. La finzione permeava il mondo. Ma oltre quell’arido muro di sicurezza, prosperava rigoglioso il seme di Incertezza. Chi per astuzia era riuscito a scavalcare suddetto ostacolo era naturalmente portato a porre domande per le quali egli proferiva ogni volta tormentate risposte: tutto veniva osservato, rigirato, pesato, etichettato, riosservato, controllato.

Così come iniziò il carattere tacque, e subito Fiducia e Illusione presero la parola, presentandosi come imperatrici rispettivamente dell’interno e dell’esterno del muro: la prima si mostrava sempre con enorme fatica, pur essendo di un fascino folgorante; la seconda riusciva alle volte ad ingannare -lei, Scilla e Cariddi in unica forma- la collega, offendendola vergognosamente mentre si mostrava per quella che essa era.

Carattere tossicchiò leggermente per cercare di riavere su di sé l’attenzione, ed affermò che il desiderio più grande e recondito era trovare un imperatore per l’interno del muro, un eroe, quella sicurezza che sintatticamente si definisce femminile, ma è maschia tanto quanto la stupidità.

Da una frangia non ben definita, lassù in alto venne fatto osservare che Amore fu sacrificato ogni volta. Egli si alzò indicando Illusione, ingiuriandola col termine di “Giano” con disprezzo vibrante, poiché per ella l’amore non era nient’altro che merce da scambiare, ed era per questo motivo che le svariate ferite ancora non erano state sanate.

Scoppiò allora un indicibile putiferio.

Ragione affiancò Amore, accusando a sua volta delle ferite Illusione, mentre cercava di abbindolare tutti convincendoli della necessità di un bunker profondo e impenetrabile per Amore;

Menzogna disse a Ragione di essere molto più solerte ed efficace di lei, in quanto maggiore era la protezione di una bugia rispetto al cemento stolto della logica; intervenne allora Soddisfazione, che riteneva l’amore troppo frettoloso e Ragione troppo lasciva. Ben presto si degenerò in una lotta verbale senza quartiere. Dopo la battuta di Calma, che si diceva offesa per la chiamata in causa del suo contraltare come caratteristica del ragazzo, l’alterarsi del lieve respiro di Brando placò gli animi, come una pioggia improvvisa e incessante che piega anche gli animi più infuocati. Incertezza, sogghignando, osservava sovrana la scena, seduta in mezzo al vorticare di indici accusatori.

Intelligenza si levò, ammaliando tutti e tutte con l’eleganza del suo drappo, che la vestiva come solo una dea meriterebbe.

«Sappiamo che ogni presente è necessario alla vita di questo giovane: io gli concedo la comprensione del mondo; Furbizia, la costruzione del proprio carattere; Amore, la ricerca incessante della sicurezza. E anche voi, Illusione e Menzogna, dal basso della vostra credibilità siete due facce della stessa medaglia. L’opposizione tra di voi crea quell’equilibrio tanto caro a Ragione. Abbiamo una funzione vitale, cerchiamo tutti quanti di prevalere l’uno sull’altro quando ciò arreca solo danno a Felicità – la quale porge il suo braccio alla mia destra.

Ma se per un attimo noi, miopi emozioni e comportamenti, riuscissimo a vedere la realtà, ci accorgeremmo di esser parte di uno stesso insieme di ingranaggi che si rischia di inceppare.»

Le parole lanciate da Intelligenza piombarono nella sala con un rumore assordante, amplificato dal totale silenzio dei pensieri. Si erano tutti accorti, però, che nel succitato discorso mancava solo qualcuno, innominato, che ora tremava facendosi piccina piccina, cercando di fuggire così gli sguardi adirati, ignorando il cicaleccio che prima calmo, poi rabbioso, prendeva ad aleggiare.

Incertezza seppe allora che era stata fatta sedere su di un trono traballante, con una gamba monca. Menzogna, soddisfatta, poteva ora finalmente aprire le labbra in un ghigno malcelato, facendo il giro dell’intera sala, stringendo le mani a tutti i presenti.

Pensava di essersi imposta, e che quel summit l’avrebbe finalmente incoronata regina magnifica, superiore a tutto il resto nell’animo di Brando, padrona di un destino che avrebbe veleggiato verso la distruzione e che invece ora, come la nave dopo una tremenda tempesta giunge in un florido porto, mutava improvvisamente.

Relegata all’oblio, aspettò solo l’esecuzione della sua condanna.

Brando sentì un braccio cingergli il collo, e poi il respiro di Julia farlo piacevolmente rabbrividire. Si girò, attento a non colpirla, e prendendole teneramente il mento con una mano, la baciò.

Lei disse, sorridendo:

«Io ti voglio, per me. Voglio tutto te stesso, lo voglio con me».

«Ne sei certa?»

Le leggere mani del biondo la accarezzavano, con un curioso contrasto fra la sua pelle splendidamente bianca, quasi di perla, e il blu notte della capigliatura della ragazza. Per Julia, fecero prima a rispondere i suoi occhi, illuminati e un poco umidi.

«Sei soltanto tu che ne devi essere certo».

Rabbia, poco prima di svanire, fracassò con un calcio la sedia che poco prima Incertezza occupava: teneva le mani ben salde aggrappate ai braccioli, quasi a voler affondarci le unghie dentro. Lo scricchiolio del faggio che si piegava sotto il suo peso convinse tutti della sua distruzione.

«Sì».

Brando affondò il viso nel suo petto e, noncurante delle chiazze scure che andavano apparendo sulla maglietta rossa della ragazza, cominciò a piangere.

di Kristian Tarussio

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Di (24 May 2012)
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