L’HORROR CHE NON TI ASPETTI: “QUELLA CASA NEL BOSCO”, LA RECENSIONE

Bentornati, sgamati et sgamate, dal vostro Gigi Proiettile!
Sono giorni molto intensi, quelli di questo maggio duemilaedodici: strani figuri o(kk)ccupano torri in disuso, simpatici vecchietti propongono di spostarsi all’ex Ansaldo, e di risposta i loschi individui okk(cc)upano ancora; tutto in nome dell’arte, della cultura, dei Macbook e dell’intelligenza. A loro dedico, in amicizia, un pensiero che è più un consiglio.
C’è da dire che il maltempo non la smette di rovinarci i weekend. E allora, cosa fare di meglio, se non gustarsi un bel filmone al cinema?
Difatti il vostro recensore vi delizierà con una chicca: l’horror che finalmente cambia le carte in tavola, e non è più una misera scusa per cuccare la gnoccona che si spaventa di turno. Non che ci sia niente di male, eh.
Sigla!

Quella casa nel bosco”, di Drew Goddard

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Tanto tempo fa, quando i dinosauri dominavano la terra e i treni viaggiavano in orario, uscì una pellicola che, con la sua trama tanto semplice quanto efficace, si candidò immediatamente come capostipite di una nuova generazione: i teen horror. La pellicola era Scream, e oggi, dopo svariati sequel, numerosi variazioni sul tema e incalcolabili imitazioni, il suo retaggio ha rotto davvero le palle.
Il concetto lanciato da quel film, e rimodellato negli anni a seguire, è quello che i giovani (perlopiù bianchi, perlopiù bellibelli in maniera assurda, perlopiù americani) che scopavano, fumavano erba e imprecavano durante feste in luoghi isolati dovevano morire male per colpa di qualche evento inaspettato e terrificante, nelle vesti di assassini con maschere di Halloween, per poi passare ai cannibali, ai cannibali con motosega, ai redneck deformati, agli zombie e a davvero un sacco di altra gente che manco l’ultimo dell’anno, tutta stà gente.
Il vero problema è che una formula, per quanto possa funzionare bene, dai e dai perde di efficacia, e quindi o sei davvero un genio della sceneggiatura e della regia, e ti inventi personaggi così autentici da poterti permettere di farli morire banalmente compensando con il reparto tecnico, oppure ricorri al trucchetto di dare botte di dolby sorrund, per far volare per aria i popcorn al povero spettatore che osserva nel buio della sala.
Inutile dire quale sia stato il trend degli ultimi anni: se scrivere una sceneggiatura intelligente e innovativa è praticamente un esame di chimica, a far prendere colpi agli spettatori sono capaci tutti.
Quest’antefatto si scontra però con la strana coppia di oggi, Drew Goddard e Joss Whedon; il primo ha scritto Cloverfield (che era un maldestro ma divertente tentativo di reinventare i godzilla movie) e un sacco di roba per la tv, il secondo, bhe, è il responsabile del successo planetario più cool di sempre, e al momento si pulisce il culo con i biglietti da cento.
I due nerdoni di cui sopra hanno visto praticamente tutti gli horror post-Scream, e han detto ‘uè, ma qua sembrano fatti con lo stampino per torte dell’Esselunga’; tutto vero, ma la loro mossa successiva è così geniale da fare il giro, passare per idiota e ritornare geniale.
E se ci fosse un motivo? Se le cose vanno sempre nella stessa maniera, ci dev’essere pure una ragione.

Così nel loro teen-horror, i due salvatori del genere costruiscono una sottotrama che fa da spalla alla principale, ma che ben presto la sovrasta per poi unirsi in un cataclismatico finale, che butta nel calderone tutto ciò che vi aspettereste (e non) da un film del genere.
E infatti, mentre i cinque protagonisti (tra cui notiamo Chris Hemsworth, il legnoso Thor) si infilano nella baita di montagna in attesa del massacro, noi scopriamo finalmente perché le bionde sono stupide e limonano duro con i lupi imbalsamati, perché gli atletoni sono idioti e arrapati, e hanno sempre il bisogno di fondere queste loro due caratteristiche scopando all’aperto, perché lo sfigato cannaiolo è sempre quello più sveglio degli altri, e perché le vergini muoiono sempre per ultime; il gioco che sta alla base del film è ironico, meta-cinematografico e divertente da fare schifo: basti pensare all’apparizione del classico campagnolo inquietante che avverte i protagonisti del pericolo, decostruita e sgamatissima se rivista col senno di poi (“La puttana?”, e non vi dico altro), alla scena dei ‘festeggiamenti’ dietro le quinte, con scene di violenza nauseanti sullo sfondo, o ancora al mitico Tritone.
E’ in effetti l’ironia mista ad un incredibile citazionismo, la base di tutto: nel primo atto non siamo tanto lontani dagli horror più comuni, da sabato sera in seconda serata su Italia 1, nel secondo già l’idea di fondo si fa strada e strizza l’occhio agli spettatori più attenti, ma è nella terza, fenomenale parte che tutto viene a galla, senza ricorrere a troppi spiegoni, ma lasciando allo spettatore il compito di ricostruire il puzzle un pezzo alla volta, in mezzo al caos e al sangue che scorre a fiumi.
Certo, il cammeo finale di Sigourney Weaver chiarisce ogni dubbio ed è un po’ facilone, ma è solo un piccolo difetto in mezzo ad una sceneggiatura di acciaio puro, che procede dritta sui binari e alterna i classici spaventi da dolby a inquietudini ben maggiori.

Se dal reparto tecnico non ci si lamenta (giusto qualche scelta di fotografia poco condivisibile nella cantina), anche dal cast artistico arrivano soddisfazioni, persino da quel floffoboffo di Hemsworth, molto più a suo agio qui che ad Asgard.
E come già dicevamo, le risate non mancano: merito dei due ‘registi’ del massacro, due impiegati comuni nel lavoro meno comune del mondo (sfido chiunque a non sbellicarsi nella scena del vivavoce), ma anche delle citazioni sparse per la pellicola (‘It‘, ‘Hellraiser‘, ‘The Strangers‘), davvero troppe per essere elencate: la lavagna dei mostri con relative scommesse è un chiaro riferimento al tipico spettatore che gioca a indovinare chi morirà per primo, perché lui li ha già visti tutti, stì film: ma mio caro, fidati, non hai ancora visto una mazza.

Di Luigi Oppedisano (20 May 2012)
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