“Racconta qualcosa anche a noi, o figlia di Zeus.”
(Omero)
3:00 am
A quell’ora, le persone dormono. Quelle senza preoccupazioni. Quelle a cui la fase REM concede ancora un po’ di sogni, di soluzioni-cercate-dal-cervello, e qualche erezione.
Io no.
Io stavo su un muretto, seduto a guardare la strada che portava verso la tangenziale. Sfrecciava solo qualche macchina, di tanto in tanto, ad alta velocità – il sonno sa scappare molto in fretta. L’indomani avrei preso un aereo che mi avrebbe portato a Siviglia, il mio nuovo luogo di lavoro per almeno i successivi dieci anni. Tanto caldo, lì a Siviglia; mi piaceva l’idea. Ma abbandonare il posto che mi aveva condotto per mano fino a lì, ogni tanto bastonandomi come si fa coi cani randagi e molesti, ogni tanto regalandomi una speranza nella mano aperta di una carezza, mi sembrava un vero sgarbo; ed era notte per il semplice motivo che dovevo essere da solo, eroe moderno, a compiere i sacrifici necessari alla divina città: i miei compagni sarebbero stati esentati da questo tremendo peso, di non poter essere lasciato indietro e di non essere padroni del proprio destino, giacché negli astri già era stata scritta la nostra storia – e la nostra polvere.
L’ultimo, dovuto, tributo.
Innalzai inni alla gloria di quell’Olimpo improvvisato per le vie di periferia, arsi bracieri di sigarette di modo che il loro fumo potessero raggiungere il Cosmo, e lasciai scorrere il tempo, sperando che quegli istanti infinitesimamente divisibili potessero portarmi ovunque io desiderassi. Cioè lì e, contemporaneamente, altrove; nell’infinito non c’è bisogno di misurare il tempo, tutto è una sequenza unita. Appoggiai le mani sul cemento, desideroso di affondarvele come Enea sulle coste italiche; con il potere conferitomi io, semidio urbano, preso dal mio delirio benedicevo il qui e l’ora che mi circondava, e poteva farmi sentire immortale.
La pagai cara, la mia hybris.
Si pensa sempre che la pioggia inizi a scrosciare nello stesso istante dappertutto, quando invece una prima goccia c’è sempre; in quello che per noi è l’arrivo di un gran premio che non riusciremo mai a vedere c’è sempre qualche molecola d’acqua che sfreccia per prima sotto la bandiera a scacchi, o sul marciapiede. La vincitrice, degna della corona di alloro, mi centrò quella volta sul naso, sparata come un colpo di degno cecchino infallibile, nonostante l’assenza di vento attutisse la difficoltà del colpo.
Ma non ero più solo, allora.
«Non devi stare fermo, sotto la pioggia».
Io, Ulisse improvvisato, voltai lo sguardo, incontrando gli occhi ambrati di una dea Atena che – lei sì – sembrava più di reale.
«Perché?» chiesi io, imbarazzato di esser stato colto in quell’atteggiamento così intimo e solenne.
«La pioggia è sempre in movimento, mentre tu sei così fermo, qui» disse in un tono di voce piuttosto udibile, seppur uscito da labbra fini e immobili come petali di rosa ancora attaccati al proprio cuore.
«Mi sono appena seduto» ribattei stizzito, nonostante fosse una bugia, la mia.
«Sei zuppo. Camminiamo, altrimenti presto avrai freddo».
Era una carica muta e invisibile, quella della mano che mi porse.
E magnetica.
Mi alzai, lasciando che l’acqua delle due mani confluisse in un unico ruscello, con al centro un sasso formato dalla nostra stretta.
«Come ti chiami?»
«Aurora». Pausa. «E tu?» Un altra pausa. Il suo nome, così azzeccato, già diceva tutto.
«Non importa. Io non ne ho uno».
Passeggiammo mano nella mano per un po’. Era naturale come le nuvole che ci sovrastavano, camuffate nell’alba appena percettibile di quell’ora indefinita.
«L’hai mai fatto?»
«Che cosa?»
I petali di labbra si illuminarono, vinotingendosi.
«Passeggiare sotto la pioggia, a quest’ora».
«No» dissi io, sincero.
«Peccato, sembri così a tuo agio…»
La sua camicetta blu restava sempre dello stesso colore, punto d’incontro sulla scala cromatica tra il buio dovuto all’acqua e il chiarore della nascente luce.
«Perché peccato?» domandai, distratto da quella presenza.
«Perché la tua risposta indica che quello che stai facendo è un’eccezione. E un’eccezione quasi mai si ripete. Non c’è alternanza, senza di quella non c’è un ciclo, senza di quello non c’è un infinito». Analisi spietata, calcolo preciso e conclusione corretta, e coerente. I suoi pensieri li capivo, certamente; ma la loro esposizione, tanto fredda nel contenuto quando animata nel linguaggio del corpo, mi era sconosciuta, estranea. Eppure provavo verso quell’essere più fiducia di quanta ne avessi mai potuta versare in un bicchiere, per brindare alla mia salute. Mi facevo guidare attraverso vie conosciute, stupito di quanto potevano essere differenti anche solo osservate sotto un’altra luce –
e in compagnia di un’altra persona. Strade e palazzi per i quali non avrei buttato via nemmeno due soldi assumevano una sfumatura poetica, templi di un culto che non avevo mai considerato fino ad allora. Statue ed icone di un Dio cieco, esattamente come i muezzin. E di questo non provavo il minimo terrore, il giocare a nascondino per perdersi, per non trovarsi mai più, in quella porzione così ampia del mio mondo. Lei aveva un passo lieve, sul marciapiede si sentivano solo i miei passi; qualche brivido ogni tanto la scuoteva e allora, molto piano, si sfregava la mano libera su un braccio, cercando di trasmettere un po’ di calore al sangue dall’altra parte della pelle. In quei momenti io stringevo più forte la mano, la pioggia oramai era scivolata del tutto via da lì, restava solo il letto del fiume oramai asciutto, ma benedetto da quell’acqua. Era pronto per far fiorire un bellissimo prato.
Più mi chiedevo chi fosse, più lei assumeva comportamenti da persona comune. Ma quel portamento, una grazia fuori da quella di Dio, diceva di più, diceva troppo. I miei sguardi si facevano sempre più fugaci, e intensi; era la consapevolezza che c’era qualcosa in me di nuovo, di estraneo, sotto rigetto. Sentivo che dietro ogni mio movimento che aveva come destinatario lei si nascondeva un perché. E dal riflettere sui miei comportamenti, al riflettere sul riflettere, il passo era breve.
«Sei parecchio assente» disse lei, dopo un incalcolabile tempo di silenzio. La sua affermazione mi ferì, perché sapevo che ciò l’aveva delusa. Ecco il dubbio che si insinuava ancora una volta, dirompente: avrei dovuto ricominciare a parlare, accantonando i miei pensieri? Oppure, per non sembrare soddisfatto della sua delusione, restare ancora in silenzio passando il turno, rinchiudendomi in prigione in attesa di ripassare dal via?
Tentai di parlare, ma mi si mozzarono le parole in gola. In effetti, non avevo nulla da dire. Richiusi
mestamente le labbra, mentre lei mi guardava senza alcuna espressione.
«Non so come devo comportarmi con te». La voce mi fluì fuori come se fosse stata trasportata dalla espirazione. Tentai di liberarmi dalla sua mano, per ficcarmela in bocca ed impedire che altro uscisse; ma lei mi tratteneva, con una gentile forza.
«Non devi preoccuparti. Ti ho cercato io, io so cosa fare».
«Ma io no» risposi io, senza il mio arto a fare da frangiflutti per quei pensieri che stavano avanzando come la marea verso la riva, «non voglio essere passivo, in questa cosa».
«Quale cosa?»
«Questa, qualunque cosa sia».
«Non è niente».
La frase cappottò il mio battello come una sola onda, così fragile in quel mare di insicurezze.
«Esattamente come tu non sei nessuno, vero?»
La guardai con aria interrogativa. Poi capii. Ero allo stremo, stavo per cedere a quell’imperio che
con potenza mi aveva piegato in due; ma ero anche consapevole che stavo dichiarando la resa in modo completamente volontario.
«Io mi chiamo Alessio» dissi in un soffio, ma di quelli dei gatti, con le unghie fuori a proteggermi.
Lei sorrise dolcemente, fermandosi in mezzo al cammino. Era contenta che avessi capito.
Eravamo arrivati in un punto che non avevo mai osato esplorare, prima. Eravamo ai confini estremi della città, nessun cippo stava a delimitare dove quella sacralità finiva e ne iniziava un’altra. Ma sentivo, anche senza segni visibili. Anche se quello stradone conduceva all’ennesima città, a persone e persone intrappolate nel culto di se stessi solo perché sussiste solo un residuo di noi dalla catena del DNA definitivamente infranta; anche se i palazzi che si allontanavano sembravano tante tessere di un immenso domino pronto a crollare da un momento all’altro; anche se c’era tutta questa continuità, lì, sentivo di essere arrivato al limite, al limite del mondo.
Faceva fresco, nella brezza dell’alba. L’ultimo tratto che feci con la mano nella sua, fu tra la strada principale e una via secondaria. C’era un piccolo pezzo di giardino, nascosto da un cespuglio di rovi. Ci entrammo dentro.
Lì lasciò la mia mano. Era come se ci fossimo nascosti dal Sole che andava sorgendo, quasi a voler occultare noi stessi, eravamo arrivati al nostro rifugio per giocare a nascondino.
Eravamo molto vicini. Forse troppo, o troppo poco, ora non lo saprei dire con certezza. Mentre si allungava su di me, solo lì notai che era parecchio alta. Ma non ci fu tempo di concepire altri pensieri; la sua testa aveva già concluso il tragitto, i nasi che si sfioravano le dicevano che era arrivato a compimento il viaggio in cui mi aveva scelto come compagno. Mi baciò, prima lentamente come i suoi gesti suggerivano; ma poi si schiusero quei petali di labbra, fiorirono sulle mie incantandomi. La frenesia si impossessò di noi, e con quei rituali gesti che da millenni generazioni e generazioni di umani, dei e semidei tramandavano alla propria stirpe ci spogliammo, e come generazioni e generazioni di animali ci stendemmo sull’erba a perpetuare il ruolo che ci spettava, cercando, e forse trovando, in quel momento tutte le risposte alle domande che cerchiamo. Fu profondo quanto le sue unghie nel mio petto, al ritmo di quella luce che saliva senza lasciare scampo alla nostra fugace voglia di amore; il suo corpo era arrossito tutto, almeno quanto il viso, una reazione così strana per quell’alba così tenue. Ma fu un attimo, cominciò nella terra e finì nel vento, nel soffio dei suoi gemiti e nell’aria piena di sudore e pioggia, oramai indistinguibili.
Dei momenti successivi non ricordo assolutamente nulla, nemmeno il nostro lasciarsi.
Metto qua un punto, esattamente alle 3:00 am di un’altra notte. Fuori piove, su Londra. Su Siviglia non credo, ma su Londra ne sono certo: fuori c’è in atto un’altra benedizione.
Chissà che in questa città io non possa ritrovare nuovamente un miracolo, l’apparizione di quella mia dea della pioggia che, altrove, mi sarebbe preclusa allo sguardo.
di Kristian Tarussio