O TI AMO O TI AMMAZZO: “HUNGER GAMES”, LA RECENSIONE

Bentrovati, cinefili sgamati, dal vostro Gigi Proiettile!

Vi scrivo mentre sta per inizare il derby, e quindi perdonate l’ansia ma non ho davvero la testa di regalarvi le mie solite battute fulminanti: passiamo direttamente alla recensione del film del momento, che guarda caso parla anch’esso di giovani in un’arena pronti a farsi a pezzi tra di loro. Checcombinazione.

Sigla!

Hunger Games regia di Gary Ross

the hunger games O TI AMO O TI AMMAZZO: HUNGER GAMES, LA RECENSIONE

Sono passati più di settant’anni dalla rivolta che scosse il mondo: dodici distretti uniti contro il potere centrale, in un tentativo estremo di ottenere la libertà. La rivolta fallisce, i distretti vengono rimessi al loro posto, e obbligati a fornire due giovani ogni anno per ogni contea, tributi umani per gli Hunger Games, una sorta di reality show in cui i 24 partecipanti devono ammazzarsi tra di loro, con l’ultimo sopravvissuto eletto vincitore dei giochi.
In questo futuro non proprio allettante, vive la cciòvane Katniss, residente nel dodicesimo distretto, che già di per se è una specie di enorme miniera ferma al Medioevo, orfana di padre e abilissima nel tiro con l’arco.
Il giorno della cosidetta ‘Mietitura‘, ossia la scelta dei concorrenti ai giochi, la nostra protagonista si ritrova ad assistere alla scelta della sorella minore (che nei giochi diventerebbe chiaramente carne da macello). In uno slancio di amore e di mancata riflessione, Katniss di propone volontaria al posto della sorellina, e insieme all’altro ragazzo sorteggiato, Peeta, parte per la Capitale, lasciando i suoi cari con la promessa di vincere..

La trama di per sè è abbastanza banalotta (c’è un film giapponese, ‘Battle Royale‘, che si basa su premesse pressoché identiche), ma viene da una serie di romanzi che a quanto mi dicono, fa concorrenza alla saga di Twilight: questione di tempo prima che Hollywood ci si buttasse a capofitto.
I precedenti di racconti pseudo-fantasy per ragazzi portati al cinema non sono esaltanti: se da una parte il vecchio Potter ha sbancato tutto lo sbancabile, dall’altra abbiamo assistito al disastro de ‘La Bussola D’oro‘ e appunto alla saga di Twilight, su cui io ho provato a scrivere una critica ragionata e serena, per poi ricordarmi che si tratta di Twilight e che sarei stato bollato di collaborazionismo. E io di finire di nuovo in tribunale non ne ho voglia.
Dove si colloca, dunque, questo ‘Hunger Games‘?
Diciamo subito che non è un brutto film, assolutamente; il tentativo di rendere la distopia in cui vivono in nostri protagonisti è senza dubbio innovativo, mostrando una società con tecnologie avanzatissime e usi e costumi a metà strada tra la Francia pre-rivoluzione e il Cappellaio Matto di Tim Burton.
Le scenografie sono davvero molto ben curate, per quanto riguarda gli interni, le sequenze nel distretto 12 e nell’Arena: ho tuttavia storto il naso più di una volta quando viene mostrata la Capitale, finta ad un livello inaccettabile nell’epoca post-Avatar.
Colpisce il livello dei comprimari utilizzati, tutti grandi attori che saltano fuori uno dopo l’altro: Elizabeth Banks (irriconoscibile), Woody Harrelson, Donald Sutherland, Lenny Kravitz (che non ho capito bene cosa facesse lì).
Per non parlare di Stanley Tucci, che sembra voler dimostrare al mondo che qualunque ruolo è adatto a lui, nelle vesti di una sorta di incrocio tra David Letterman e Fabio Caressa dei giochi (avrei pagato oro per sentirlo gridare “KATTTTTNIIIISSSSS!” a mò di ‘Cannavaro’).
Si vede per un attimo anche il bravo Toby Jones, in un ruolo praticamente senza battute (e i dubbi vanno tutti alla sala di montaggio) e Wes Bentley nei panni di Seneca Crane, conduttore strategico dei giochi, che da quando compare ha una spada di Damocle sopra la sua testa come il diamante di un personaggio di The Sims.
L’ho già detto che c’è Lenny Kravitz? Ve lo ridico, perché proprio non ho capito da dove sia entrato.

Il punto di forza di sicuro è la protagonista, una Jennifer Lawrence che fa un salto di qualità notevole rispetto a ‘X-Men‘ e riesce a rende un personaggio potenzialmente piattissimo in un essere umano credibile, introversa ma davvero coinvolgente. La scena del talk show, dove mostra le fiamme del vestito, o la morte della piccola Rue, sono davvero di alto livello: considerato che un film simile con una protagonista sbagliata sarebbe stato un disastro, le vanno riconosciuti davvero molti meriti.
Josh Hutcherson, dal canto suo, parte nell’anonimato più assoluto per farsi strada poco alla volta, arrivando alla fine del film praticamente al fianco della sua collega in termini di apprezzamento: anche qui, bravo l’attore che ha saputo giostrarsi bene il personaggio.
Quello che non convince assolutamente, in realtà, non è imputabile al cast artistico, ma a quello tecnico: la sceneggiatura ha dei buchi colossali (il rapporto tra Katniss e Peeta all’inizio ha un che di schizofrenico), e sicuramente è vittima di un cattivo adattamento per lo schermo; se la prima parte è, francamente, noiosa, dall’inizio dei Giochi il film prende un ritmo più che accettabile, per poi crollare nel finale, con un colpo di scena telefonatissimo e sbrigativo. Si ha l’impressione di una soluzione davvero tirata via, e non avendo letto il romanzo non so se imputare il tutto all’autrice o agli sceneggiatori.
La regia di Ross è sufficiente nelle scene più introspettive, ma quando tutto si sposta sul piano dell’azione sembra che il Parkinson abbia colpito l’intera troupe, regalandoci scene confuse, indecifrabili e da mal di testa: non qualcosa di voluto stile Cloverfield, ma sequenze semplicemente girate male.
Un esempio è lo scontro tra la Katniss e un’altra concorrente, nella quale è impossibile capire chi stia avendo la meglio per due minuti buoni, e tu sei lì a chiederti “CHE CAZZO STA SUCCEDENDO?” ed è un peccato, perché arriva in un momento in cui il film aveva davvero ingranato. Senza contare lo scontro finale con un villain che ha davvero troppo poco screen-time per rappresentare una minaccia credibile, e per di più al buio. E allora te le cerchi, uno pensa.

In definitiva, ‘Hunger Games’ non è un lavoro da buttare via: i pregi vanno a collimare i difetti in un perfetto equilibrio di indifferenza, e l’unica cosa che lo spettatore neofita ai romanzi può immaginare è che si sia voluto preparare il terreno per gli eventuali seguiti (cosa sicura, visti gli incassi in USA).
Promuoviamo quindi i Giochi con riserva, sperando in sequel superiore all’originale.

E per cortesia, chiudete le porte, che sennò entra Lenny Kravitz e poi a mandarlo via non sarò certo io.

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