Come vi ho ampiamente raccontato ieri sera in quest’articolo, siamo appena tornati dal Festival del Giornalismo di Perugia, un’occasione unica che ci ha permesso di entrare in contatto con personaggi del giornalismo italiano molto, molto importanti.
Uno tra questi è Guido Romeo di Wired Italia, che abbiamo trovato presente come moderatore e relatore in molti incontri a tema innovazione, data journalism, hacking e giornalismo del futuro. Qui potete trovare il suo eccellente curriculum e capire un po’ più nello specifico di chi stiamo parlando: http://www.festivaldelgiornalismo.com/speaker/guido-romeo

Ci troviamo con Guido Romeo di Wired Italia, che abbiamo incontrato in molte presentazioni al Festival del Giornalismo di Perugia. Parlaci brevemente di quest’esperienza.
Allora, il Festival è un’occasione fantastica di incontro e di formazione, perché è un luogo di incontro con colleghi di tutto il mondo e di scambio di esperienze incredibile. Non c’è nessun altro posto così in Italia e credo che sia anche una manifestazione molto bella da un punto di vista popolare. Puoi entrare anche se non sei un addetto ai lavori, si può capire come lavoriamo, c’è un dietro le quinte e soprattutto si può parlare con i giornalisti che spesso sembrano persone più distanti dai cittadini di quello che veramente sono.
Si è parlato molto di data journalism soprattutto negli incontri che hai moderato. Si sente una necessità in Italia di aprire delle discussioni e dei workshop su questo argomento?
No, c’è bisogno di fare e praticare questa linea di lavoro. C’è chi lo fa, anche se siamo ancora pochi. Credo che l’esortazione da ricordare e riprendere sia quella di Aron Pilhofer del New York Times, che dice “Siete indietro, ma è una grande opportunità”. Possiamo guardare a quello che è stato fatto negli Stati Uniti e in Inghilterra e in molti paesi del Nord Europa e farci venire delle idee. Sicuramente l’Italia non è un paese dove mancano le storie.
Puoi farci degli esempi di data journalism in Italia?
Guarda, c’è un ragazzo qui che ha fatto una cosa molto bella, un lavoro sulle carceri che si chiama Patrie Galere (realizzato dal giornalista Jacopo Ottaviani, ndr). E’ già online e tra poco sarà online su una testata nazionale, non posso dire quale perché non è confermato. C’è un lavoro molto bello di Cecilia Anesi del gruppo di Flare, che è finito tra i finalisti dei Data Journalism Award a livello mondiale (i cui finalisti sono stati annunciati ufficialmente al Festival venerdì 27, ndr). Il lavoro si chiama Toxic Europe sul traffico dei rifiuti tossici in Europa. Un altro molto interessante, sempre in finale per lo stesso premio, è Peoplemovin sui flussi migratori. Ci sono i segnali, ci sono gli indicatori che mostrano che delle cose si fanno e si sanno fare. Bisogna studiare un po’, ma come abbiamo sentito, non è neanche così tanto difficile, non si tratta di prepararsi per diventare un neurochirurgo o un ingegnere spaziale.
Un’ultima domanda riguardante le start up. Ieri abbiamo seguito un incontro al Centro Alessi sui casi di start up eccellenti in Europa nel campo del giornalismo. Wired come si pone nei confronti di queste realtà emergenti?
Sono pane per i nostri denti, sono storie. Secondo me le start up nel campo dell’informazione sono il laboratorio del giornalismo del futuro, un pezzo di questo, sicuramente uno dei laboratori più interessanti. In Italia forse siamo un po’ indietro su questo fronte, soprattutto per la mancanza di fondi. C’è un accesso al credito che ancora un po’ difficile, però è da guardare molto da vicino.
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