Con le labbra schiuse
mordon la carne ‘n avvinghiarsi spuma,
sospiri.
Sferza in sfrigolii ‘n le bocche –
lingue ormai taciute del masticar che mai s’è sazi,
quel desiderio di disfarsi
svanir,
là farsi cereo d’impaccio sciolto e mai lume di candela!
Bèh s’era felici d’intrecciar le mani, d’inverno
svernar negli occhi tuoi, ma si, come crescevano
in quel pelago fangoso ch’era il mio cuore,
i più bei fiori d’ortica! e falciare gli arcobaleni
della primavera venuta,
sempre venuta in ritardo. quegli occhi tuoi ch’erano
bui e profondi – solchi nell’iride le ferite del passato,
e come salivano su
ne ‘l cielo
i fumi delle mie viscere premonitrici,
prima mosto poi ebbrezza,
salir fin lassù a depravare gli angeli.
Ahi i ricordi! se non fosse per quel loro scalciare
si che saremmo morti, scordati dalla vita. e noi
immemori d’essa fondavamo le dita l’un l’altra nella pelle,
per masticar, per tenersi svegli, per far qualcosa!
E svanir e sfarsi, dire alle spoglie già nude di scordarsi,
ai monumenti – ahimè con tali e quali (!) dolori tirati su,
d’implodere, di sparire sottoterra, di mai più farsi vedere.
Dire ai cimiteri di tacere, zittire i grilli e gli epitaffi,
dire ai propri cari di far silenzio e di smetterla con quelle mani,
e quei pianti in prece e quale litania insopportabile
che qui si deve pur dormire!
Al centro. tremula voce nella mia testa. si raccolgono le Muse.
Hanno sole questo mio corpo d’amina mai stata.
che ne facciano un abisso
un tempio
o un giardino!
un antro buio per ascoltar ‘l silenzio delle cose,
un altar pieno di baci e di profumi,
un rovo fresco al mattino di sbocciate similrose.



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