Cosa ti ha spinto a entrare in politica?
Mi ha spinto la convinzione che, per poter cambiare qualcosa, non serve portare avanti critiche distruttive ma bisogna invece essere propositivi ed entrare dove soprattutto i giovani hanno paura e timore ad entrare. Mi ha spinto il desiderio di poter fare qualcosa anch’io per poter cambiare e migliorare la zona e la città in cui viviamo. La politica non è l’unico modo per poter cambiare le cose; molti scelgono vie diverse di impegno sociale. Io ho scelto la politica perché ritengo che sia quella più adatta a me.
Sei nato e cresciuto in Zona 2. Di cosa ha bisogno chi si trova a vivere in un contesto così particolare e variegato?
È una zona culturalmente molto ricca e varia che abbraccia realtà profondamente diverse, da piazza della Repubblica a via Padova. Proprio per questo suo tratto variegato, la zona 2 ha bisogno di gente che conosca e sia in grado di dare risposte alle diverse esigenze. Ciò di cui si ha davvero bisogno è di qualcuno che sappia coordinare le diverse realtà, come fosse un direttore d’orchestra.
Nel tuo volantino parli delle tue attività nel sociale, specialmente come educatore. Come pensi di poter sfruttare queste esperienze in politica?
Il fatto di essere educatore mi ha permesso, seppur su un piano differente, di prendermi cura di una comunità, anch’essa molto variegata. Le competenze di un educatore devono essere quelle di conoscere il gruppo, saperlo ascoltare, comprendere le esigenze dei vari ragazzi e, alla luce di questo, proporre attività adeguate ai loro bisogni. Questo penso sia il ruolo anche di un consigliere che deve conoscere la zona ed essere in grado di individuare soluzioni sulla base dell’ascolto delle persone e delle associazioni.
Cosa può offrire un 20enne a un Paese che si è dimenticato della sua generazione?
“Dimenticato” penso che non sia la parola giusta. Penso invece che non si abbia fiducia nella nuove generazioni e si abbia paura di delegare temendo di perdere il proprio spessore. Ciò che può offrire un ventenne è l’occasione di affidare poteri anche ai giovani e in questo modo riacquistare la fiducia che dovrebbe essere riposta nelle nuove generazioni di oggi e di domani.
Tra i tuoi progetti parli anche della costituzione di luoghi di aggregazione giovanile. Come si tramuta nella pratica quest’idea?
Questo punto l’ho inserito pensando soprattutto alle aree dismesse dagli usi ferroviari (gli spazi sotto la ferrovia di Milano Centrale per intenderci). Quest’ area ha un enorme potenziale mai a pieno sfruttato, in cui possono sorgere mostre, locali, sale concerti, sale conferenze, bar, circoli, teatri. Questa non è tuttavia l’unica zona in cui possono sorgere luoghi di aggregazione giovanile. Anche in questo caso c’è bisogno di gente che creda nei giovani, dia loro fiducia e decida, prima di costruire nuove aree, di recuperare spazi abbandonati o poco utilizzati e affidarli all’uso sociale per i giovani, sottolineando in questo modo l’importanza di valorizzare gli spazi della città e i giovani che la abitano.
Come sono stati recepiti dal territorio gli interventi del Comune sul fronte integrazione?
Secondo la mia esperienza non sono stati recepiti in modo positivo, il che significa che questi tipi di interventi non sono stati adeguati. Da un lato chi si lamentava della presenza degli immigrati e dei rom continua a lamentarsi perché sono ancora lì; dall’altro c’è chi si oppone fermamente a questa politica della paura, insoddisfatto dalla mancanza di progetti di integrazione. Ciò che questa amministrazione è riuscita a fare è stato semplicemente aumentare la paura senza portare avanti un vero progetto. In una realtà come via Padova, ad esempio, è mancata una collaborazione con mediatori culturali e tutte queste realtà sentono di essere state abbandonate dalla centralità di un’amministrazione che si sta preoccupando, sempre più, solo del centro. I pochi interventi che sono stati fatti sul fronte integrazione erano caratterizzati da una mancanza di attenzione, sono stati per la maggior parte interventi distratti e confusi.
Il tuo slogan è: “La città dal volto solidale”. Milano ne ha ancora uno?
Si, e di questo sono convintissimo. Limitandoci alla zona 2 possiamo citare, prima per notorietà, la Casa della Carità, senza dimenticarci delle scuole di italiano, degli scout, delle realtà religiose e di tutte le altre numerose associazioni impegnate nel sociale. Tutte queste associazioni, movimenti e persone testimoniano che un volto solidale, anche se tenuto nascosto, esiste. Purtroppo non se ne sente parlare perché non fa rumore o perché non finisce sulle prime pagine dei giornali. Il volto solidale della città è il volto di tutte quelle persone che non credono nella politica della paura e che decidono invece di aiutare e costruire con chi si trova in una condizione di maggiore difficoltà rispetto alla loro.
In questo periodo i giovani spesso guardano al “Movimento 5 Stelle” come risposta alla crisi della politica che sta vivendo il nostro Paese. Tu, un po’ contro corrente, hai scelto il PD. Perché? Il sistema partitico ha un futuro davanti a sé?
Il Movimento 5 Stelle è nato, come hai detto anche tu, in risposta all’attuale crisi politica. Ritengo tuttavia che la soluzione della crisi non stia nell’abbandonare i partiti quanto invece nel renderli vicini alle persone. La Lega Nord ha successo perché si presenta come voce del popolo; lo stesso linguaggio che usa è molto vicino al parlato comune. La soluzione di questa crisi politica è farsi vicini alla gente, a cercarla e ascoltarla, come sta facendo Pisapia in questa campagna elettorale. La scelta provocatoria del “Movimento” di candidare a sindaco di Milano un ventunenne porta verso un altro “estremismo”. Un vero cambiamento si può avere e verificare solo con una base di consensi più ampia possibile. Leggendo il libro “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” si parla di due strati della società: uno superficiale esposto a numerosissimi cambiamenti, uno più profondo e molto più solido e avverso ai cambiamenti. Ciò che condivido nel PD è il tentativo di cambiare questo strato profondo della società senza “violentarlo”, come invece spesso si tenta di fare. Nell’atto di governare c’è bisogno di posizioni forti e decise, non estreme e rigide.