Perche’ non condivido questi manifesti di manifeste buone volonta’?

Se Gog fosse un antropologo la parentesi della campagna elettorale sarebbe la sua preferita manifestazione umana. Se lo fosse, probabilmente abbandcartelli elettorali 300x200 Perche’ non condivido questi manifesti di manifeste buone volonta’?onerebbe i suoi studi sulla vita sessuale nella Melanesia Nord-Occidentale (Malinowski docet) per dedicarsi allo studio di questa chermesse.

Dalla grafica dei manifesti, i colori usati, sino ai vestiti scelti dai singoli candidati. Tutto sarebbe di suo interesse. Dai luoghi in cui i cartelloni sono appesi, ai vuoti cittadini in cui la comunicazione elettorale non c’è. Tutto materiale per una tesi perfetta. Ampia completa enorme. Certo è facile ignorare questi manifesti di manifeste volontà migliorative. Diamo subissati da messaggi promozionali positivisti, se riusciamo a convivere con un maxiposter di uno shampoo che promette di migliorarci la vita, possiamo fare lo stesso con un politico che promette di rivoluzionare tutta la città. Ma Gog proprio non ci riesce.

Li guarda sempre, da principio con interesse. -Come mai quei colori?- si chiede. Ma la curiosità di Gog non dura molto. Già, perché in un momento di ottimismo costruttivo, in cui le promesse meravigliose si aggiungono a ruffiani ingraziamenti di cittadini, Gog pare l’unico pessimista. Già, perché alla vista delle becere (fateglielo dire) campagne di falsissima propaganda su fantasmagorici progetti degni dei più bei sogni di Thomas More, a Gog sorge spontanea un’altra domanda, che ci fa capire perché non sarà mai antropologo. La pazienza di Gog nell’indagine emica dura pochissimi secondi, e nonostante odi il termine, passa subito all’invettiva etica. “Ma chi è così coglione da crederci?” (usiamo questo termine anatomico solo perché il suo uso è stato sdoganato nelle elezioni 2008 da ambo gli schieramenti).

manifesti elettorali 3 300x149 Perche’ non condivido questi manifesti di manifeste buone volonta’?Sinceramente, chi non ha mai pensato, seppur con termini più alti, lo stesso di Gog? Chi non è mai arrivato alla conclusione, soprattutto a elezioni finite, d’esser immerso in una massa di cretini? Che non posson essere così sprovveduti i suoi concittadini? La maggioranza? Gog ci arriva spesso a questa conclusione.

Qualche settimana fa il buon elitario Montesquieu lo consigliava (riguardo alla classe politica): “La Democrazia per direzione segue quella della maggioranza […]E quando la Democrazia non è virtuosa, la causa non può che risiedere nel carattere della maggioranza, nella sua corruzione. Rimedio l’educazione civica. L’istruzione politica.” -Certamente- dice Gog. Ma fra istruzione e indottrinamento lo spazio è ampissimo, il significato è antitetico. L’educazione apre possibilità e non certezze, di opinione. In democrazia la mia garanzia di scelta enorme e libera viene garantita proprio dagli altri, educati affinché sappiano che la loro garanzia di scelta libera dipende dalla massa, e anche da me.

Ma il problema di Gog è un altro. Condivide questa posizione, ci ha già sproloquiato su. Ciò che lo perplime è: perché non condivido né accetto razionalmente le scelte degli altri cittadini?

Montesquieu ribadirebbe il fatto: manca nella società l’educazione capillare alla virtù (o forse manca a te Gog!). Rousseau sosterrebbe: assolutamente, se l’uguaglianza decisionale è totale, ogni decisione è scelta collettiva unanime, il singolo davanti alla volontà enorme della collegialità dovrà far aderire la sua idea a questa forza umana inarrestabile ed infallibile, oppure render abiura ed adeguarsi in seguito.

Obbietto signor cittadino Rousseau! Non è per estremo orgoglio che Gog lo dice, ma per amor del vero e razionale! Si può anche aver ragione da soli, e torto in compagnia. La verità oggettiva e razionale non esiste. La collegialità di opinione neppure. E poi, signor cittadino, il ricorso continuo all’abiura nata da coercizione, non porterà all’ignavia?

Si consola però Gog a scoprire che non è il primo a pensarla così, neppure il primo a sollevare il problema sulla sua incapacità di condividere le scelte rappresentative dei suoi concittadini.

Ecco Alexis de Tocqueville, troppo nobile per metter da parte virtù e orgoglio, e troppo poco di sangue blu per accettare l’oligarchia reazionaria; ottimista per il futuro , pessimista col presente. Riflette, in “La Democrazia in America” (1832-40) su uguaglianza e libertà. Su come la prima generi la seconda in quanto garantisce a tutti la possibilità di divenire ciò che con le loro idee voglion diventare e con le loro forze diverranno. Lo Stato deve garantire un’eguale partenza per tutti ed una tutela totale dell’egualianza. E l’indirizzo a questo Stato va obbligatoriamente dato su modello strettamente aritmetico. Per legge di maggioranza. elezioni 300x208 Perche’ non condivido questi manifesti di manifeste buone volonta’?Fin qui concordia fra Tocqueville e le linee generali del passato democratico-positivista.

Ma…-prosegue Tocqueville-cosa mi garantisce che la maggioranza governi in modo corretto?

Che non voti da coglioni?-fa eco Gog.

Nulla. O meglio, nulla accettabile democraticamente. Il metodo democratico è il migliore in quanto le intelligenze non son distribuite né per classe né per censo ma casualmente, e più è ampia (totale) la partecipazione, migliore il risultato finale. Attenzione, mette in guardia Tocqueville, attenzione dello Stato, ma soprattutto del singolo a non incappare nella “tirannia della maggioranza”! Processo subdolo in cui il senso di branco diventa senso comune unico, in cui la singola idea discordante diventa idea da escludere e, meglio ancora, da non formulare. La singolarità delle opinioni potrebbe essere messa in discussione dalla maggior forza di una idea dominante  massificata omologante.  E come si polemizzava prima col cittadino Rousseau, l’ignavia arriva anche per Tocqueville. Questa paura del confronto dell’uno dei pochi contro molti tutti, porta ad una progressiva ritirata dall’arena politica, alla fuga dall’agorà. Ed è qui che per Tocqueville arriva il vero problema degenerativo; se il cittadino non partecipa, delega soltanto. E lo Stato democratico delegativo diventa per forza di cose una repubblica aristocratica-elitaria. Cade il principio primo di uguaglianza, e con esso il gioco democratico non regge.

Allora partecipazione attiva costante perenne. Strutturando il governo dal basso, con molteplici e continue elezioni (suggerisce Tocqueville) in modo che tutti partecipino e possano candidarsi, discutere. Democrazia realmente diretta e partecipativa. In epoca pre-digitale essa si legge come “locale”. In epoca telematica si connota come una partecipazione anche legislativa costante dei cittadini. Ad assemblee allargate e a valutazione del rappresentante costante.

Senza delega alla maggioranza, secondo il sentimento del “perché farlo io? Lo faranno gli altri”. Degli altri Tocqueville non si fida, vuole metterci il naso e vuole che tutti ce lo mettano. Solo così le idee singole si sommeranno costruttivamente senza appiattirsi a quella maggiormente condivisa e quindi edulcorata e semplificata (per forza deficiente di alcune parti fondamentali).

Termometro della democrazia per Tocqueville sono dunque due cose: la presenza di litigi (sic!) e il continuo ricorso alla consultazione elettorale. Quest’ultimo crea l’abitudine all’azione politica, che dovrebbe rendere più consapevoli delle scelte da fare e meno inclini al fatalismo che non vede migliorabile la situazione. Per quanto riguarda i primi, Tocqueville fa riferimento ai litigi come discussione, confronto, in cui le idee si sommano, si distruggono, variano e crescono. Il grado di discussione indica il grado di libertà.

Ecco che Tocqueville inizia a rispondere a Gog. Non esiste una società in cui tutti siano concordi, più opinioni si sentono per le strade e più questa società è viva, attiva e politica. E come si ascoltano queste opinioni? Nello stesso modo in cui si esprimono, con la partecipazione diretta. Con la discesa in campo… E poi arrivano i giornali. Giornali indipendenti che fanno da megafono di un’idea, eco di un’istanza (non prevedeva ancora le grandi lobby dell’informazione. Si riferiva alla stampa libera in senso classico di libertà dal censore, e non in senso moderno di libertà dai poteri economici-faziosi). Base democratica è quindi il rispetto delle scelte di maggioranza, senza però cadere nella sudditanza intellettiva. Autocensura, autocastrazione e disinteresse sono forme concretissime di questa sudditanza.

Sarà-ribatte Gog-ma se rivotate Moratti siete dei cog…

-Gog!- si intromette l’orwelliana direttora Goi -Devo censurare anche te come Gigi Proiettile? Coglione non si dice. Rimettiti il tuo abito polveroso da topo di biblioteca-.

Gog(&Magog)

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