Di cosa parlo quando parlo di David Foster Wallace

Tutto quello che si può dire su David Foster Wallace è stato probabilmente già detto. Cosa mi spinge a scriverne su queste pagine allora? Ecco, l’essermi accorto che DFW è fondamentalmente un autore sconosciuto ai miei coetanei (vedi anche: I Giovani). E questo non mi piace. No, perché se tutto va secondo i piani, se questo mondo non finisce per deludermi, e io un briciolo di fiducia nel buon senso di I Giovani che sono  I Futuri Vecchi ce l’ho ancora, I Futuri Giovani si ritroveranno a dover lottare con questo nome (vedi anche: DFW) sui libri di testo del liceo. E lo odieranno. E lo insulteranno sulla futura piattaforma di social network che sostituirà Facebook1. Lo odieranno e lo insulteranno come fanno ora con Leopardi o Svevo (che da molti anni rappresentano la preferenza per quanti riguarda l’accanimento giovanile), come fanno con tutte le cose che sono obbligati a studiare quindi come qualcosa a cui andare contro, che è simbolo dell’establishment quindi dell’età adulta quindi dei modelli sbagliati quindi Il Male. E avranno ragione su tutta la linea: DFW è odiabile per molti motivi e i modelli sbagliati sono Il Male. (Qui è dove più si capisce che anch’io sono giovane: non vogliatene a male, non si prescinde dalla propria relazione con la morte). Una certa parte di me in effetti desidera che nessuno sarà obbligato a studiare Wallace, perché come tutte le cose, è vissuta meglio se non imposta.

A: “Ma perché stai scrivendo di un tizio che poche righe fa hai definito odiabile?”

B: “Dammi un attimo. Lascia che ti spieghi, Futuro Giovane..”

Prima un po’ di note biografiche. Innanzitutto, DFW è una persona. Una persona che si è ritrovata a scrivere tante parole in fila raccolte in dei libri, ma credetemi, è solo un dettaglio. Alcuni estratti da Wikipedia:

  • “David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008) è stato uno scrittore statunitense.”
  • (…) si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica.”
  • “Definito dal New York Times (…) “la mente migliore della sua generazione”"
  • “Wallace è stato trovato dalla moglie (…) impiccato nel patio di casa sua”

Ora sapete delle cose. In mezzo ci sta un mondo.

La mia prima volta con questo autore, mosso dall’enorme reputazione di cui gode tra critici, blogger e altre persone che non esistono, è stata con Considera l’aragosta, una raccolta di suoi saggi e reportage giornalistici. Lo abbandonai al primo scritto. Sommerso dalle note a piè pagina (diciamo il suo carattere stilistico più immediatamente riconoscibile), dalle note alle note, dalla prosa difficile, non ce la facevo più. L’ho odiato.

Lunga pausa.

Ma aspetta un attimo: di chi era quel reportage sugli Avn Awards, gli Oscar del cinema porno? Ah già, DFW. Perché l’ho mollato? Ma non è che sono partito prevenuto? Non è che un piccolo sforzo in più mi avrebbe fatto capire meglio cosa avevano da dire quelle parole analitiche, quei periodi troppo lunghi? (Al tempo ero sotto l’influenza della teoria di Nick Hornby: un libro ti annoia? mollalo subito). Mandai a fanculo Hornby e ripresi in mano Considera l’aragosta. Se fosse un film, per il protagonista questo sarebbe Il Momento Della Svolta, a cui segue il classico climax.

Nel momento in cui scrivo mi ritrovo ad aver letto quasi tutta la bibliografia di Wallace (tranne, devo ammetterlo, la sua opera maxima, Infinite Jest. Il che sarebbe come parlare di Manzoni senza aver letto I promessi sposi, ma lui non è Manzoni e a me non frega un cazzo della figura che ci faccio: sono due anni che non trovo il tempo per un romanzo di millequattrocento pagine..) e i momenti che ho vissuto sono indimenticabili. Perché vedete, con lui mi ritrovo a reagire come non avevo mai pensato fosse possibile per delle parole scritte. “Per me leggere David Foster Wallace è sempre stato un atto più grande, più importante del leggere”2.

Quando scrive saggi parla della società [americana (non) in particolare: quindi ormai di tutte le società] come non avrete mai visto fare da nessuno, in modo brillante, ironico, mixando post-modernisticamente stili in un amalgama perfetto. Volendo farlo rientrare in una corrente stilistica sì, si potrebbe dire che l’Avant-pop e il Post-modernismo sian0 i suoi organi. Ma è molto, molto di più. Innanzitutto, come fa notare lui3, usa tecniche formalmente post-tutto (come la metafiction, “l’ironia da East-Coaster”4, l’utilizzo della cultura pop.. Solo queste meriterebbero approfondimenti di centinaia di pagine) per parlare di temi classici. Non vi sta parlando di una crociera extralusso nei Caraibi (Una cosa divertente che non farò mai più): vi parla di morte, amore, inettitudine, pressione sociale, società, capitalismo, paure infantili. È tipo da costruire periodi  cervellotici heavy-intellettuali di trenta righe e smontarvi il tutto alla fine dicendoti “bè, chissenfrega. Fanculo a questa roba”. Quando scrive racconti (brevi o assolutamente non-) capisci che non è solo un tizio che straparla a forza di digressioni: le storie che racconta sono capolavori in cui, come detto prima, non solo l’enorme consapevolezza linguistica e letteraria concorrono ad un perfetto frullato di stili, cambi di registro, trovate grafiche e meta-narrative, ma il mix più divino è quello delle pure emozioni, delle riflessioni che vi causa con una frequenza e un’intensità a mio parere uniche. Nei suoi personaggi, bizzarri, nevrotici, divertenti e impossibili ci troverete voi. Non pezzi di voi. Proprio voi. Voi siete Solomon Silverfish, Mark Nechtr, voi siete Lyndon Johnson e David Foster Wallace, quando leggete David Foster Wallace. Uno dei suoi maggiori pregi è quello di arrivare a tutti in termini di emozioni e di piacere letterario (lo apprezzerà sia chi cerca una storia, sia gli amanti dell’approccio filologico5) in una maniera tutt’altro che populista. Le migliori parole per descrivere questo strano modo di essere simultaneamente se stesso e me e te, manco ci fosse bisogno di dirlo, le ha avute proprio lui, a proposito del suo “genere” letterario: a volte accusato di utilizzare il surrealismo come escamotage per storie di cui avesse perso l’orientamento, risponde che lui non fa altro che realismo, ma un realismo davvero reale, quello di una persona che non si mette a cercare la Verità Assoluta degli eventi, quello di una persona che narra ciò che vede filtrando le esperienze oggettive in modo soggettivo, come facciamo tutti noi magari senza rendercene conto ogni momento della nostra vita. Se non è totale consapevolezza, genialità e sottile ironia questa, ditemi voi.

Wallace si è suicidato nel 2008, ma questa è una notizia per feticisti. Sì, i suoi libri sono cosparsi di riflessioni sulla morte e sulla depressione, ma tutti lo siamo. Cosparsi di queste riflessioni, intendo. Una cosa invece non da tutti è raccontarli in quel modo unico, i temi fondamentali della vita, facendo ridere (dico sul serio: ridere, e pure tanto), piangere (tanto), riflettere (di più).

Il mio appello al mio figlio non nato e a I Giovani è quello di procurarsi subito un libro di questa persona, questo geniale über-scrittore che vi impegnerà fino a farsi odiare ma che con la costanza di chi in fondo sa che quello che ha sotto gli occhi, visto da molte angolazioni, ha tutta l’aria di essere un capolavoro, leggerete ridendo, piangendo e riflettendo.

“Wallace unisce testa, cuore e viscere. È un mistero per me come lui riesca a farlo tanto bene.”6

The Pale King, il suo romanzo incompiuto, uscirà quest’anno per Einaudi.

1Ma forse Facebook si rivelerà davvero “come la moda”, che “non passa mai”.
2Da La brigata Clipperton.postfazione di Edoardo Nesi a Una cosa divertente che non farò mai più.
3 http://youtu.be/MsziSppMUS4 Da Le conversazioni: un’intervista con l’autore avvenuta nel 2006 a Capri.
4Invadenti evasioni, da Tennis, tv, trigonometria e tornado (Minimum fax, 1999)
5Come fa giustamente notare la traduttrice Martina Testa nella prefazione a Verso Occidente l’impero dirige il suo corso (Minimum fax, 2001)
6Da Un’intelligenza generosa, postfazione dell’autrice inglese Zadie Smith a La ragazza dai capelli strani (Minimum fax, 2008). Divertente notare come “unire testa, cuore e viscere” siano a loro volta citazioni da un racconto – indovinate di chi? Sempre lui, DFW. Ha, anche involontariamente, saputo descrivere la sua stessa scrittura.

 

di Mattia Capelletti

Di (01 April 2011)

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