Ci e’ stato concesso il dono della parola, sfruttiamolo

silenzio 1024x670 Ci e’ stato concesso il dono della parola, sfruttiamoloAppello -sgamato- a mobilitarsi

Uno dei personaggi del libro ‘Città di vetro’ di Paul Auster, ossessionato dall’idea che la parola fosse un dono divino piuttosto che una capacità acquisita, rinchiude il figlioletto in una stanza buia e isolata dal resto del mondo perché lui parli il “linguaggio di Dio”. Le conseguenze sono catastrofiche, è inutile che ve lo stia a raccontare, anche perché non voglio togliervi il gusto di leggere codesto romanzo. Il punto è che noi, in quella stanza, non ci siamo e avendo avuto la possibilità-opportunità di sviluppare il dono genetico della parola entrando in relazione con persone, situazioni e contesti eterogenei, dovremmo fare di tutto per sfruttare il linguaggio in tutte le sue potenzialità. Vi sto dicendo di metterci tutti quanti a fare i colti letterati e di aprire il prima possibile un manuale di retorica? No. Vi sto dicendo di aprire la bocca e tenere bene aperte le orecchie per cogliere ogni stimolo possibile e, in questo momento, per protestare.

Che ve ne siate accorti o meno, in ogni antro, ampio o minuscolo che sia, d’Italia, va sviluppandosi un movimento di protesta contro i tagli alle Università pubbliche e la formazione di Consigli d’Amministrazione ai vertici delle stesse, composti per metà da individui privati esterni al mondo della formazione che, molto probabilmente, importeranno nel mondo dell’istruzione italiana una logica tendente più alla profittabilità delle idee e delle creazioni piuttosto che al loro rendimento sociale. Sono idee farina del mio sacco, le mie personali ipotesi? No, la riflessione la traggo da un libro di economia, nel capitolo dedicato al “dilemma del bene pubblico” (ve lo consiglio, se vi interessa lo riporterò alla Sormani, in ritardo, tra un paio di giorni. “L’economia della conoscenza” di Dominique Foray).

Un altro punto cruciale della Riforma Gelmini e della relativa manovra finanziaria – non ancora approvata – è il totale stravolgimento del mondo della ricerca. Meno incentivi da parte dello Stato arrivano a tale settore, meno stimoli verranno dati ad un lavoro che ha bisogno di una copertura economica più che sufficiente per poter procedere ad una creazione di conoscenza che possa valere sia in termini di profitto (con il deposito di brevetti e la cessione di licenze) sia in termini di rendimento sociale (attraverso, in primo luogo, la codificazione e l’esplicazione, in caso di brevetto, dei dettagli tecnici dell’invenzione). Se non si crea una base solida di formazione, istruzione, valorizzazione dei processi di apprendimento, cultura e canali di diffusione di questa, tale mancanza potrebbe trascinare con sé anche imprese, ricerca, progresso tecnologico e scientifico. Inoltre, la scarsa codificazione dei saperi, conseguente ad una drastica riduzione di fondi necessari a ridurne i costi, potrebbe portare ad una cernita tra questa generazione e quella successiva, ad uno scarso trasferimento di saperi tra noi e il nostro futuro, i nostri figli, chi verrà dopo di noi. E’ come se stessero cercando di mettere un posto di blocco sul ponte che collega noi e la generazione a venire, con la scusa che non c’è abbastanza benzina per tutti.

E’ qui che entriamo in gioco noi. Se noi non ci sforziamo di capire e di rispondere a queste minacce di minore circolazione di cultura, se noi accettiamo la chiusura di questo ponte, tutto intorno a noi invecchierà, magari senza neanche conseguenze immediatamente visibili.

Ricominciamo a sentirci parte di una partita a scacchi e non di un semplice passarci la palla. L’importante, quello che non si deve spegnere, è il cervello, la strategia, non giocare a botta e risposta, a cane e gatto.

Reinventiamoci, facciamoci più critici, più osservatori di ciò che ci sta intorno, delle immagini, dei servizi del Tg, di ciò che un ministro dice e non dice. Ricordiamoci che Berlusconi, osservatore implacabile e in parte artefice della società dell’immagine contemporanea, è un esperto di pubblicità, marketing, televisione, comunicazione, promozione. Sa bene come vendersi e con che carta dorata impacchettare un regalo che fa schifo. Non per cattiveria, ma per abilità. Per studio analitico di quello che ha intorno e che ha contribuito a creare. Capacità che manca del tutto a persone come Bersani, dove sia contenuto del pacchetto che confezione tendono a non convincere e non colpire.

Fino a che continueremo noi stessi a vedere in maniera settoriale l’insieme delle conoscenze utili, fino a che la stragrande maggioranza degli studenti che sceglieranno Comunicazione o Economia lo faranno per trarne profitto prima che per capire la società, fino a che continueremo a vederli come studi magari anche un po’ d’elite, non andremo da nessuna parte.

La soluzione sta nella creatività, nel sapersi reinventare, nel capire che il contesto dentro cui ci muoviamo è nuovo, è diverso da quello di decenni fa e che diversi dovranno essere anche i nostri modi e i nostri mezzi per protestare, per ribellarci.
Mentre ci pensiamo, però, andiamo tutti in corteo domani 30 novembre, h 10 in Largo Cairoli (qualcuno dice 9.30) e, mentre sfiliamo, mentre urliamo, mentre blocchiamo, pensiamo già alla prossima mossa perché è solo così che si può vincere una partita a scacchi.

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Di Miriam Goi (29 November 2010)
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