Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.

Per Aleksandr Solženicyn l’umanità di un uomo può essere misurata solo nel momento in cui si dà a questo la possibilità di essere a pieno umano. È ingiusto bollare di bestialità un uomo costretto a vivere come una bestia. L’uomo è uomo solo con la sua cultura 1gulag 201x300 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.umana, il suo corollario di pensieri di aspirazioni, di grandezza e minuteria, di libertà. Scorticato di questa veste, è solo una larva biologica. Un uomo libero può essere moralmente giudicato da altri uomini che intorno a lui vivono liberi. Non si parla di inquisizione, assolutamente, ma di tutti quei giudizi morali che diamo ogni giorno; “Magog è troppo paziente” “Gog è una stronza”.

Per  Solženicyn, da una poltrona comoda o da un banco universitario, non può venire il marchio di inumanità ad un atto di cannibalismo compiuto in un gulag siberiano.  Non perché questo sia giustificabile, Solženicyn applica solo il biblico “chi non ha peccati scagli la prima pietra”. Il giudice di quell’umanità degradata deve per forza essere stato degradato lui stesso. Deve essere stato scorticato della cultura umana. E deve aver resistito. Resistito a quella umanità bestiale che, mentre si facevano versare da un samovar caldo del tè (o della sake, vino, birra di Kigelia o di malto, le bevande distinguono sempre gli oligarchi) ha ordinato di disumanizzarlo. Non devono certo tacere quelle aule e quegli studi, devono denunciare, ma non giudicare. Solo un giudice che è uscito dal fango può giudicare gli uomini che hanno vissuto nella sua stessa melma. Chi nel fango non è entrato può solo immaginare cosa voglia dire assistere alla vita umana nella miseria assoluta, sopravvivere in quello stadio in cui non ci sono più né Vita né Umanità. I giudici testimoni sanno come l’universo concentrazionistico dimostri come la bestialità faccia l’uomo molto più della filosofia e della poesia. Ma sanno anche che può accadere che l’uomo, dopo esser quasi annegato nel fango, ne esca ripulito pulito.  Sono quei casi non unici, non rari, presenti, in cui nonostante tutto ci sono state delle persone che sono rimaste aggrappate a un verso poetico ignorando il ruggito. E ci sono poi quei casi in cui oltre ad ignorare il ruggito, questo giudice diventa non solo testimone, ma garante della non ripetibilità della disumanizzazione.

Molte di queste persone non hanno un nome nella mia testa. Non so chi siano ne cosa abbiano fatto. Questa settimana mi è stato raccontato di uno di loro da una docente per la quale le sue 60 ore non sono finalizzate a farmi avvicinare alla laurea, ma alla consapevolezza.

Raphael Lemkin Lemkin l 208x300 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.(1901-1959). Ebreo polacco, ma cittadino dell’Impero russo, un caso di multiculturalità diffusissimo proprio nella oligarchia più stretta delle storie imperiali. La sua città natale, Wylkowyszki, solo nei  primi quarant’anni del ‘900 conobbe prima la dominazione della Russia zarista, divenne in seguito  Polacca, fu occupata dalla Germania nazista ed oggi è nei confini Bielorussi. Giurista e avvocato, Lemkin studiò nelle università  zariste, anche se la sua formazione, appena conclusa, dovette essere nuovamente aggiornata per la ridefinizione dei confini dopo la Prima Guerra Mondiale e l’esautorazione della dinastia Romanov (1917). Quando, nel 1939, URSS e Germania invasero la Polonia, Lemkin era da alcuni anni attivo nelle commissioni giuridiche e nei tribunali polacchi incaricati di occuparsi della ristrutturazione dello Stato. Lemkin non è uno storico, ma in questi anni si interessa ad alcuni documenti che, nonostante la censura Ottomana prima e Turca poi, iniziano a circolare fra gli studiosi della mitteleuropa. Sono documenti e fotografie riguardanti la deportazione coatta di moltissimi Armeni avvenuta nel 1915-1916.

Lemkin legge questi fogli mentre assiste da contemporaneo alle propagande purificatrici naziste. Lemkin è un ebreo polacco, doppio abominio per il Reich.  Legge queste carte mentre da est giungono le prime voci sulle Grandi Purghe staliniste, e arrivano le tardive testimonianze sulla Holodomor, la grande fame che tra il ’29 ed il ’33 prese circa 7 milioni di persone nei confini ucraini. Lemkin è un uomo di legge, ed è figlio di contadini benestanti (kulaki), doppio abominio per il Partito.

Si può dire che più delle leggi, delle carte e dei regolamenti, furono le testimonianze armene a far capire a Lemkin che la Polonia sarebbe stata di lì a pochitler stalin 300x137 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.o stretta in una morsa; schiacciata non già dagli eserciti, ma dalla sottile normativa legale (perché entro a leggi e rispettosa di tribunali) che accomunava i suoi vicini orientali e occidentali. Lemkin capisce che tutte quelle piccole limitazioni alle minoranze occupate non sono il risultato finale di una azione bellica, ma il preludio a “qualcosa” di già visto, già subito, già organizzato. Capisce, grazie alla memoria armena, ciò che sta avvenendo. Tenta di convincere il suo clan ad abbandonare la Polonia, ma la comunità pensa che quel “qualcosa” di cui Lemkin parla altro non sia che l’ennesimo pogrom. Lemkin fugge in Svezia, 49 membri stretti della famiglia muoiono in Lager, imprecisati muoiono in Gulag. Il Governo svedese, neutrale, ma con cieli aperti alla Wehrmacht, gli offre una cattedra all’Università di Stoccolma. Aspettati due anni, Lemkin approfitta del cambio di fronte di Stalin per arrivare negli Stati Uniti da Est. Qui riprende il suo lavoro di giurista e pubblica diversi scritti di diritto. Ed è in uno di questi che è contenuta la sua azione intellettuale più importante.  Nel  1944 pubblica “Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation – Analysis of Government – Proposals for Redress” opera di raccolta minuziosa di tutte quelle leggi e norme razziste che avevano fatto insospettire Lemkin in Polonia. Per scrivere questo trattato a Lemkin non basta la sua conoscenza del diritto, ha bisogno di un termine per definire quel “qualcosa” che non era riuscito a dipingere neanche alla sua famiglia.

Non trova nel suo vocabolario (parla infatti: yiddish, polacco, inglese, russo e tedesco) una parola che descriva appieno quel che vuol dire. E allora la crea. Unisce la redice greca genos (famiglia gruppo popolo) al suffisso latino –cidio (uccidere).

Genocidio. Lemkin conia questo vocabolo. E costruisce il reato. L’accusa. Il delitto. La colpa. Che ha due facce. Lemkin distingue due fasi del genocidio: una contro il corpo fisico del popolo (uccisioni, deportazioni coatte, stupri sistematici, sfruttamento, sterilizzazione) e l’altro contro il suo corpo intellettivo, sulla sua cultura e sulla sua capacità di fiorire, progredire e prosperare (limitazioni lavorative e di istruzione, segregazione, marginalizzazione, divieto della diffusione di lingua/cultura). Compiuta in modo sistematico da governi o gruppi di potere.

Ma non si ferma a denONU 300x214 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.unciare. Di sua sponte ricerca i recapiti di ogni associazione e movimento umanitario nel globo, e invita questi a estendere il suo appello orizzontalmente ad altri corpi civili e verticalmente ai governi. Da questo momento, siamo nel 1945, senza l’aiuto se non di qualche amico collaboratore, Lemkin stende una mozione internazionale, che al pari di risoluzioni come quella contro la schiavitù e la pirateria, può essere applicata entro ogni confine. Passa ore nei corridoi del Palazzo di Vetro appena ultimato e nelle sedi provvisorie ONU. Insegue delegati e segretari per avere le firme necessarie per presentare al Consiglio delle Nazioni Unite la sua mozione contro atti di genocidio. Dà fondo a  tutte le sue finanze, ma alla fine la sua mozione arriva sul banco dei delegati, che, dopo il primo esame del 1946, nel 1948 votano la con la Risoluzione 260 A (III), Convenzione sulla Prevenzione e la Punizione del Crimine di Genocidio, con queste caratteristiche:

  • Si definisce genocidio uno dei seguenti atti effettuato con l’intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale:

(a)    Uccidere membri del gruppo;

(b)   Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo;

(c)    Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;

(d)   Imporre misure tese a prevenire le nascite all’interno del gruppo;

(e)   Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo;

Lemkin non si ferma. Ormai lascia il suo lavoro di avvocato per dedicarsi alla stesura di quello che doveva essere una raccolta cronologica di tutti gli atti di genocidio della Storia. Il testo non sarà finito, Lemkin muore di infarto a 59 anni mentre si trova nello studio del suo editore nel tentativo di pubblicare uno dei suoi libelli. Non avrà funerali imponenti. Nessun rappresentante politico e diplomatico, polacco691ruanda 300x203 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile., estero o ONU sarà al suo funerale. Non aveva una vita privata. La sua famiglia era morta in Europa nel conflitto. Sette persone gli resero commiato. Oggi sul portale web delle Nazioni Unite sono raccolti documenti e riconoscimenti a Raphael Lemkin. Studi storici e bibliografie sono uscite dalla fine degli anni ’80 in U.S.A. e Europa.

La mozione fu applicata per la prima volta dall’ONU dopo il 1994 contro gli eccidi in Rwanda e ex-Jugoslavia. Dal 1900 al 2004 le vittime di atti di violenza etnica sono stimati dall’ONU per difetto a 70 milioni.

La convenzione presentata da Lemkin era nelle sue intenzioni una sorta di linea guida. Da estendere ed articolare in seguito. Sapeva che se fosse sceso troppo nello specifico molti delegati non avrebbero approvato. La sua definizione “Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte” era stata bloccata dall’URSS e non aveva avuto i voti U.S.A.. L’estensione della convenzione in seguito non si è avuta. Nel 1994 la Francia ha presentato la modifica per includere tra le vittime di genocidio “gruppi determinati in base a qualsiasi criterio arbitrario”.  Ad oggi molti processi intentati non si sono potuti avvalere della definizione “genocidio-crimine contro l’umanità” perché la mozione è rimasta ancorata alla definizione di violenza sistematica ad opera statale contro un gruppo etnico. Il sostegno alla modifica proposta dalla Francia arriva proprio dal mondo della storiografia che non trova pensabile l’esclusione, ad esempio, della Holodomor ucraina solo perché l’intenzione bolscevic1083chiusura 300x187 Raphael Lemkin. Quel “qualcosa” indicibile.a era di colpire i kulaki e non gli Ucraini. O della epurazione di presunti comunisti in Indonesi nel ’65 e degli anti-rivoluzionari cambogiani ad opera dei Khmer Rossi dal 1975, perché si trattava di gruppi politici. Ed ancora l’esclusione, a causa di ordini imperiali scritti, del termine genocidio dalle stragi in Armenia.

Come per Lemkin ai tempi dell’invasione polacca, la conoscenza storica a volte aiuta di più di quella giuridica. La storiografia è, come spesso accade, più avanti dei tribunali. Gli storici chiamano genocidio uccisioni in Darfur-Sudan e a Srebrenica mentre l’AIA non si è ancora pronunciata. Gli storici chiamano genocidio l’eliminazione dei nativi americani e degli Herero. Su questi la giustizia non si pronuncerà mai.

In accordo con Solženicyn, dalle poltrone comode e dai banchi universitari non arrivano giudizi ma denunce.

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Di (23 November 2010)
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