“Io consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere
solo per poter conoscere Lansdale”
N. Ammaniti
Le constatazioni tra scrittori sfiorano spesso l’esagerazione, sia in senso negativo che positivo: nel caso l’opinione sia nera gli insulti sono aulicamente offensivi, in caso contrario elegantemente leccati.
Il nostro (per dato di conterraneità e non affettività) Ammaniti, però, non lancia solo boccioli profumati a Lansdale, ma ne formula una critica costruttiva dandogli il primato di essere una sorta di suo ispiratore.
Se J.R.L. è riuscito a stuzzicare uno scrittore che ha acquisito un minimo di spessore in Italia, qualcosa di particolare lo avrà.
Questo qualcosa è rintracciabile nel “Ciclo del Drive-in” che i più additano come il vertice creativo di Lansdale.
Si consideri La Notte del Drive-in.
In quanto a fantasia non c’è nulla da ridire ma, come spesso accade nei grandi, il significato non galleggia.
Nel suo stile horror, fantascientifico, splatter, hot boiled e chi-più-ne-ha-ne-metta racconta di un drive-in, di una notte, una sola?
Immaginatevi il Drive-in più grande del mondo che offre una crociera di film horror di serie B dove il sangue è ketchup e in cui si vede la cerniera dei costumi dei mostri; immaginatevi un ragazzo non tanto grande che crede nel fatalismo e nell’astrologia; immaginatevi un chiosco che vende pop-corn e coca cola.
Ora immaginatevi una stella cometa, enorme, rossa, che sorvolando le macchine parcheggiate sorride, un sorriso da motosega, e improvvisamente tutto cambia: esiste solo il Drive-in e i suoi confini, chi tenta di sorpassarne il perimetro finisce dolorosamente in poltiglia e il tempo è scandagliato dalla proiezione dei film che sono, inoltre, l’unica fonte di luce.
Al chiaro dei lampioni-a-pellicola gli spettatori sono obbligati a cibarsi di pop-corn e coca cola, dieta che li porterà ad aver bisogno di carne e quindi al conseguente cannibalismo, condannati alla perdita della cognizione del tempo e dei valori e presto saranno governati dal famelico e dispotico Re dei Pop-Corn.
Il Drive-in diventa, quindi, un b-movie.
Lo si può leggere in questo modo, e trovarsi ugualmente soddisfatti della sua abilità scrittoria che rende scorrevole ogni splatterissima e talvolta non-sense situazione, tanto agile da sembrare raccontata a voce o ricordare determinati passaggi come visti su uno schermo, in caso contrario si può scavalcare il muro dell’ironia narrativa e trovare quelle che possono essere definite riflessioni.
Il pensiero vaga dall’ossessiva questione alimentare -una sorta di sei quello che mangi, nel Drive-in si ingurgita pattume e l’uomo diventa tale- alla questione della bestialità umana, quanto l’essere umano possa impazzire chiuso in coordinate che non gli appartengono, senza più riferimenti temporali, trovandosi a girovagare in uno spazio chiuso senza alcuna via d’uscita.
Si può trovare una spiegazione senza mezzi termini su cosa sia la dittatura e come sia un despota, quale sia la psicologia che ammalia e le conseguenti reazioni dei “liberi schiavi”, attraverso la descrizione dell’opera del Re del Pop-corn e della sua dolceamara voce.
Tra le metafore,inoltre, si incontra una forte condanna al consumismo e alla globalizzazione forzata portata avanti da grandi nomi come Burger King e compagni.
-“E alla fine il pianeta terra vince e tutti imparano a vivere assieme, e a Mosca si apre qualche Mc. Donald’s e una filiale di Disneyland”-
Ora immaginatevi una cometa rossa, sì quella di prima, che rotola sulle teste massacrate degli ultimi sopravvissuti, sorride, un sorriso tagliente, e il Drive-in ritorna a terra.
Appena uscito, il nostro protagonista, con l’intento di tornare a casa, si rende conto di non potere: un dinosauro gli ha appena tagliato la strada.
La Terra non è quella che ci si aspettava.
E così inizia la seconda parte del ciclo, con sangue e pensieri.